Home Page / Arti marziali / Rubriche / Contatti

Utenti Marziali

Utenti Marziali è uno spazio creato per raccogliere gli articoli dei nostri utenti dedicati alle Arti Marziali, alla Filosofia Orientale e a tutto ciò che ruota attorno al mondo di Scuolainteriore.it.

Scuolainteriore.it non è responsabile per il contenuto degli aticoli.

Metafisica delle arti marziali.

Inserito il 22/02/2006

Le arti marziali ci insegnano che in ognuno di noi c’è un lato oscuro nel quale si nascondono le nostre paure ed i nostri istinti di morte e di distruzione.Istinti che la nostra pseudocivilizzazione tende a rimuovere ma spesso, invano.
Poiché essi non vengono riconosciuti e canalizzati verso un’adeguata manifestazione, ricacciati indietro, riappaiono sotto la veste degenere delle violenze di tutti i tipi nelle nostre città.

L’insegnamento dovrebbe essere quello di riconoscere, innanzittutto, i nostri “demoni”interiori che sono i nostri veri nemici; la lotta, la vera lotta, è un laboratorio nel quale si opera costantemente la trasformazione di se stessi, delle proprie potenzialità, de-strutturazione e ri-costruzione, per arrivare, infine, alla Reintegrazione di spirito, corpo, anima. Abbattere e costruire è la regole aurea delle arti marziali,assieme all’armonizzazione di ogni funzione vitale e corporea.Solo in questo modo un gesto qualsiasi diventa un vero gesto marziale. Ecco perché il legame tra il Buddismo e le arti marziali nipponiche, il Tao e le arti marziali cinesi, è inscindibile.

Dal Buddismo si origina il termine “Sensei” , Maestro, che letteralmente significa “il ben andato” o “colui che va verso l’Illuminazione”, e tale è davvero un autentico Maestro di arti marziali. Un altro termine che ben si addice alle discipline marziali è lo “Zan-shin”.Più che “controllo”,questo termine mutuato dallo Zen, si può tradurre come “stato di vigile attenzione”. Lo “Shin” è il fuoco, ovvero lo spirito che abita il corpo, in senso esoterico come Mens Suprema insita nella materia.

Zan-shin si applica ad attività della vita quotidiana; dall’attività manuale a quella intellettuale, a quella spirituale, tra le quali non può esservi separazione come spesso purtroppo una visione distorta della vita in occidente ci induce a credere. Una persona che privilegia solo uno di questi aspetti è una persona che rinuncia ad essere migliore. Che significa essere migliori? Che significa essere veri uomini e vere donne? Nello spirito? Nel corpo? Nella società nei confronti degli altri? Non solo.

Essere migliori, essere Veri Uomini è soprattutto far risogere il “vivo” più vivo che è in noi, l’Oro nascosto nel piombo saturniano della materia, è il Fuoco, lo Shin che dispone e controlla la freddezza della materia, senza il quale non c’è vita,come non c’è colonna senza sostegno.

Nelle primordiali scuole (ryu) marziali del Giappone antico, l’apprendimento dell’arte ( jitsu) aveva una valenza militare. Era il companatico dei samurai . Con l’avvento dell’era Meji, negli ultimi decenni dell’Ottocento, con la forzata modernizzazione del Giappone e la fine della casta dei Samurai, si accantona il lato guerriero delle arti da combattimento per accentuarne soprattutto il lato spirituale-educativo, la ricerca del “do”, la Via. Ecco perché si passa dall’etimologia del jitsu ( ju-jitsu, ken-jitsu, bo-jitsu etc)a quella del “do” della moderne arti marziali ( ju-do, karate-do, aiki-do, ken-do etc) e nel complesso il bu-jitsu si trasforma in bu-do.
Dove le tecniche di combattimento non hanno più tanto un riferimento militare ma di autoperfezionamento, la ricerca della “via”, appunto.

Tuttavia, anche oggi chi vuol conoscere e studiare la storia delle arti marziali non può prescindere da un approccio al mito che ne circonda il racconto.
Per l’animo dell’antico guerriero, dello khsatrya, la casta militare nell’India brahminica, la sua storia è il suo mito. Il tempo del mito, come scrive Eliade Mircea, è circolare, ovvero infinito. Dunque è possibile ricostruirne la lettura del passato solo attraverso la lettura del mito.

Gli khsatrya praticavano una forma di combattimento chiamato “vitaramuki”, che in sanscrito significa “colui il cui pugno è chiuso a diamante”, e pare che possiamo individuare in esso l’inizio delle arti marziali orientali. Dalle antiche tecniche di combattimento indiane sono giunte sino a noi anche il “kalarapayat” e il “varmakalai” che presentano vari punti di similitudine con il bu-jitsu nipponico.

Nel Mahabarata, il testo sacro vedico, leggiamo : “ il guerriero è colui che si oppone al caos”.
Il caos inteso non tanto quale semplice disordine o confusione quanto piuttosto come perdita dei veri valori della vita, del suo significato più profondo, che spesso si esprime attraverso i simboli.
Il Dojo stesso, il luogo dove si praticano le arti marziali, è il simbolo sacro per eccellenza, essendo il luogo dove si consegue la Via. La sua sacralità si perde nella notte dei tempi, passando attraverso il simbolo del sacro Mandala, un filo rosso lo ricongiunge al Nemeton dei Druidi, il bosco sacro,il cui centro era ovunque e la circonferenza in nessun luogo.

Il kimono è bianco perché è il simbolo dell’anima che va verso la luce, il nodo della cintura è a forma di otto, simbolo dell’infinito,il saluto è il punto di unione con l’eggregore dei Maestri, ovvero l’unione dell’energia personale a quella dei Maestri.

Haragei e centro propriocettore.

Il termine “eroe” viene dal latino Hera, o Ara, rappresentante la divinità della Terra, ovvero del ventre, del ricettacolo in cui ogni essere viene fecondato. E’ un simbolo femminile, come lo Yin nel Tao , e nel corpo del microcosmo umano è localizzato nel plesso solare, punto in cui confluiscono le energie più sottili. Derivando molti termini dal primigenio ceppo linguistico indoeuropeo, si scopre che anche in giapponese questo punto viene chiamato “hara”.

Quindi “eroe” è il figlio di Ara, ovvero della Terra, divinizzazione del grembo materno in senso lato. La più alta qualità dell’eroe è l’”arethe”, termine greco anch’esso derivante dal sanscrito “arya”,poi esteso a significare il ceppo indoeuropeo o ariano ad indicare la virtù guerriera di quell’antico popolo.
L’haragei è, nello specifico, la capacità di intuire il pericolo, e tradizionalmente questo speciale intuito è localizzato nell’hara,nel plesso solare, o “dantian”, centro del “ki”, l’energia interiore.

Anche in Occidente, gli antichi designavano il punto appena sopra l’ombelico il fulcro di ogni energia spirituale, chiamandolo “la bocca, o la porta, dell’anima”.
Nelle arti marziali di stile interno come il bagua, il tai chi, il win chu etc,tale riferimento è più esplicito.

Ad ogni modo, l’atemi, il colpo sferrato all’altezza del plesso solare ha la valenza di interrompere più o meno termporaneamente il fluire del ki.
Si narra che i più abili samurai intuissero l’arrivo del colpo anche ad occhi chiusi, dall’hara , appunto.Nel famoso film di Kurosawa, “i sette samurai”,un samurai esperto, avverte il pericolo prima di varcare la soglia , dimostrando una piena padronanza dell’haragei.

Al di là del mito, nella moderna fisiologia, si parla di un centro propriocettore o analizzatore cinestetico che non è altro che un sistema che percepisce il movimento a livello del sistema nervoso periferico. Esso viene potenziato con la Visualizzazione creativa e sta alla base degli schematismi di risposta.

Bibliografia:
B. Abietti: Tatsu no michi –la via del dragone.
B. Abietti: Ninjitsu, la magia esoterica dei Ninjia- ed. mediterranee.
Musashi: il libro dei cinque anelli.
Rutheford: Tradizioni celtiche
J. Stevens: I maestri del budo
T. Nobuyoshi: Aikido, etichetta e disciplina.
E. Mircea: Il mito.

Tecla Squillaci


<< Indietro

Scrivi a Scuolainteriore.it

TUTTI I DIRITTI RISERVATI A SCUOLAINTERIORE.IT - Informativa sull'utilizzo dei cookie