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VIOLENZA E SPORT DI COMBATTIMENTO

Inserito il 14/05/2006

Le Arti Marziali e gli sport di combattimento possono essere definite attività violente?
Nella mia attività di docente di “discipline di combattimento” all'università di Cassino, mi sono spesso scontrato con un gran numero di pregiudizi sul presunto carattere violento degli sport di combattimento!

Nell’immaginario di chi non pratica e non ha mai praticato i combat sport, le persone che si dedicano alla pratica di queste discipline sono violente, per lo più “di estrema destra” ed hanno atteggiamenti da picchiatori o attaccabrighe;
e questa errata visione è anche una conseguenza dell’atteg-giamento dei media che troppo spesso, per fini chiaramente utilitaristici, esaltano solo gli aspetti più crudi delle arti marziali e degli sport da ring. Per non parlare del cinema e delle sue distorsioni (i film alla Van Damme tanto per intenderci...)

La mia posizione sull'argomento “violenza e combat sport” è piuttosto netta: la violenza infatti è per me una caratteristica del tutto personale (del singolo atleta come della singola persona) e quindi non necessariamente insita in una particolare disciplina sportiva.

Non credo quindi che gli sport di combattimento siano necessariamente e particolarmente "violenti".
Non sono incivili e violenti, ad esempio, certi atteggiamenti di molti giocatori di calcio, che cercano di ledere l' avversario fuori dalle regole e dal contesto del gioco?
Per non parlare del comportamento di molti tifosi, che convogliano la loro repressione quotidiana in esplosioni di violenza e razzismo! Eppure il calcio è uno sport "stimato" e seguito praticamente da tutti!

La corretta pratica di uno sport di combattimento invece, aiuta a conoscere la parte oscura", quella più istintuale di noi stessi, spesso repressa o mal-convogliata, facilitando il cosiddetto auto-controllo.
Allenarsi seriamente nei combat sport porta quindi ad una maggiore consapevolezza di se, e consente ai praticanti di affrontare la vita ed il rapporto con gli altri in un' ottica più serena.
In un bell’articolo scritto da Marco Pannacci e pubblicato sul sito www.artimarziali.it, l’autore espone un interessante visione del rapporto tra discipline di combattimento e violenza:

“…Nel più importante trattato sulle arti marziali, scritto 2000 anni or sono, il Taoista Sun Tzu sostiene che il miglior combattente … è colui che vince senza combattere ovvero, … non è colui che padroneggia un’eccellente tecnica di combattimento o che è in possesso di indiscutibili doti atletiche o intellettuali, ma chi sa riconoscere l’insorgenza del malessere che conduce alla guerra prima che si manifesti e sa porvi rimedio. In pratica il miglior marzialista è colui che vive in armonia con l’ambiente, le persone e le cose, che lo circondano.
Perché allora gli stessi taoisti che perpetuavano questo insegnamento, tramandavano anche la pratica di tecniche di combattimento? … Il motivo fondamentalmente è che l’arte marziale, attraverso lo studio del combattimento, tende a mettere al nudo, per sua stessa natura, alcune paure umane ed offre quindi un’ occasione per “vedersi”.
Coloro che risolveranno le proprie paure attraverso la rabbia e l’aggressività , non saranno secondo i taoisti dei buoni combattenti. Lo saranno invece coloro che riusciranno a superarle conducendo un’ esistenza armoniosa…”


In quest ottica, l’avversario non è “un nemico” ma è colui che ci aiuta a comprendere i nostri limiti. E la vera sfida è quindi contro noi stessi, le nostre paure, le nostre debolezze.

E’ certamente vero che nelle palestre si possono trovare delle "teste calde", ma generalmente sono quelle che abbandonano subito o si danno una calmata dopo qualche round di guanti...
E ciò avviene in particolare quando i maestri danno molta importanza all’aspetto etico delle discipline che insegnano. In questo senso, gli insegnanti hanno una grandissima responsabilità!

Dunque, la competizione volontaria e consapevole di una qualsiasi disciplina sportiva, praticata per passione e non per necessità, nel rispetto di regole condivise (tante o poche che siano) non può essere mai, a mio giudizio considerata violenta.

Ben diverso è il caso di chi ci costringe a competere tutti i giorni per poter vivere:
l'annientamento dello stato sociale, il liberismo selvaggio, i lavoratori considerati "esuberi" e non "persone", le guerre sante decise dai potenti della terra, l’esportazione della democrazia con le armi. Questa per me è vera violenza.

Non trovo nulla di violento o immorale in due atleti preparati e consapevoli che si confrontano sul ring o sulla materassina nel pieno rispetto di uno specifico regolamento sportivo. Spesso questi atleti dopo aver combattuto duramente si scambiano segnali di sincera stima e rispetto reciproco subito dopo il match!
Alcuni dei miei migliori amici sono stati miei diretti avversari in oltre 20 anni di Judo agonistico e la stessa cosa avviene anche in discipline considerate più "violente" come la boxe, la Muay Thai o il Free Fight!

Come responsabile del “centro studi e ricerche sport di combattimento” sarò felice di collaborare con chiunque è interessato a difendere il buon nome dei combat sport e degli atleti che li praticano! Ma dobbiamo essere noi “marzialisti” i primi ad adottare comportamenti corretti nello sport e nella vita!
Ed ad onor del vero alcuni di noi dovrebbero rivedere certi atteggiamenti da "supermachi" "picchiatori" ecc.
Mi piacerebbe, ad esempio, che non ci fossero in giro tante magliette e cappellini con teschi, pitbull assassini, personaggi sanguinanti e sanguinari usati sovente per promuovere i combat sport (vedi thay boxe danger ecc.)

Per non parlare dei tatuaggi con riferimenti ultraviolenti sfoggiati da alcuni di noi...
Se non siamo noi praticanti a promuovere gli sport di combattimento per ciò che sono veramente, chi lo farà?

dr. Roberto Villani
discipline di combattimento
Università di Cassino
r.villani@libero.it
www.combatsportresearch.it

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